Una scogliera a picco sul blu. Sotto, non solo fondali da cartolina. Ma tracce di vita. Vita di tremila anni fa.
Ma cosa c’è sotto il mare? Un pugnale. E una storia dimenticata.
A Torre dell’Alto, nel cuore del Parco di Portoselvaggio, si è appena chiusa la terza campagna di scavo dell’insediamento fortificato dell’età del Bronzo. A guidarla, il professor Francesco Iacono dell’Università di Bologna, in collaborazione con l’Università del Salento e il Museo di Preistoria di Nardò.
Ma non è solo archeologia. È un viaggio nel tempo.
Il Salento come ponte tra civiltà
L’obiettivo è ambizioso: ricostruire gli stili di vita delle comunità costiere del Mediterraneo centrale tra 4000 e 3000 anni fa. Un progetto finanziato dal Next Generation EU, Missione 4, e parte del programma “Mediterranean Coastal Lifestyles and Mobility”.
Gli scavi hanno riportato alla luce reperti preziosi: ceramiche, metalli e un pugnale in bronzo ancora affilato come la memoria di chi lo ha forgiato. In una delle aree, è emersa anche una muratura interna alla struttura di fortificazione, forse una stanza, forse un rifugio. Forse tutto questo.
La memoria scritta nella terra
Le tracce risalgono al Bronzo Medio e Finale (1500-1000 a.C.). E non è la prima volta che Torre dell’Alto sorprende: in precedenti campagne erano già emersi frammenti ceramici che raccontano di contatti con l’Egeo e l’Italia settentrionale.
Il Salento non è periferia. È crocevia.
Un punto strategico per studiare le rotte, le migrazioni, i cambiamenti ambientali e culturali che hanno attraversato il Mediterraneo molto prima di Google Maps.
La vera scoperta?
Che sotto ogni pietra del Sud c’è un mondo. E ascoltarlo è l’unico modo per ricordare chi siamo.