Una candela accesa sul comò.
La voce roca che tace per sempre.
Il grembiule appeso al chiodo, come una bandiera ammainata.
Marge non c’è più.
O forse sì.
Chiudi gli occhi.
Siamo in un paesino della Puglia.
Uno di quelli con la chiesa barocca, le signore in nero, le sedie di plastica in piazza.
Marge si è trasferita lì, in pensione.
Ha lasciato Springfield per Specchia, dice la leggenda.
E oggi, la comunità le rende omaggio.
Il prete ha le mani intrecciate sul ventre.
Le “piarelle” cantano in coro, con voce rotta e occhi lucidi.
Tutto è pronto per l’ultimo saluto.
Finché, tra i banchi, vibra un telefono.
Un ragazzo guarda lo schermo. Sbianca.
È una storia Instagram.
Marge.
Capelli tirati su, padella in mano, faccia scocciata.
Testo bianco, sfondo beige da cucina:
“I’m fine. Now leave me alone.”
Traduzione simultanea in salentino:
“Staju bona. Mo lassatime stare.”
Il Salento si ferma.
I lumini tremano.
Qualcuno grida:
“Miraculu!”
Ma allora… è morta o no?
No.
O forse sì. Ma solo nel futuro.
Solo in quell’episodio che salta trentacinque anni avanti.
Una morte narrativa, simbolica, con lacrime animate e testamenti video.
Una morte‑non‑morte.
Una morte per farci sentire qualcosa.
Per farci capire che anche i cartoni invecchiano.
E anche una mamma disegnata può mancarci come fosse vera.Perché Marge è finta.
Ma il dolore era vero.
E il funerale, pure. Anzi no. Solo un espediente narrativo.